Sono passati pochi giorni da un fatto tragico che ha colpito le coscienze dell’intera collettività europea. Ogni volta che capitano dei casi eclatanti come l’eccidio alla redazione di Charlie Ebdo a Parigi, ci rendiamo conto che il terrorismo ha assunto nel ventesimo e nel ventunesimo secolo la capacità di modificare le nostre abitudini, le nostre convinzioni, i nostri modi di agire e in definitiva le nostre vite.

Dagli anni di piombo del terrorismo nero e rosso alle stragi mafiose, dagli attentati alle torri gemelle di New York alle violenze assassine legate alle religioni, i nostri comportamenti sono cambiati, all’improvviso. E’ sconvolgente vedere quanto un evento isolato e folle possa cambiare gli atteggiamenti della gente e, persino, le leggi di un paese e le regole del mercato. Un attentato isolato incide sull’economia di una nazione, sui valori di borsa, sui consumi individuali, sui posti di lavoro.

Un recente saggio, “Il terrorismo nell’era postmoderna” di Stefano De Angelis, propone una panoramica sulle fasi storiche, le evoluzioni, i principi e le modalità con cui la strategia del terrore oggi si manifesta nel corso degli ultimi trent’anni. Nell’era liquida fatta di interconnessioni permanenti, di globalizzazione e di “cittadini del villaggio globale”, ma fatta anche di precarietà e insicurezza, la lotta al terrore è determinante al fine di tutelare il futuro e la libertà di tutti noi. Non vi sono dubbi: la sicurezza dei popoli, nel nome della libertà, viene messa a repentaglio da gruppi isolati che impongono il terrore.

Il prossimo passo per arginare un fenomeno difficilmente controllabile vede una schedatura di massa di milioni di persone, noi, dove i dati anagrafici, i sistemi di pagamento e perfino le preferenze sul tipo di pasto da consumare a bordo di un aereo, tracciano un identikit che si aggiunge ai documenti elettronici, alle impronte biometriche, alle intercettazioni telefoniche. È questa una delle ipotesi sul tavolo dei Paesi europei per l’attuazione del cosiddetto PNR (Passenger Name Record), ovvero le ‘liste passeggeri’ che dovrebbero servire per contrastare il terrorismo. La misura (sul tavolo del governi dopo l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo a Parigi) è ancora lontana dall’avere una forma definitiva. Attualmente, sono 3 i paesi che compilano le liste passeggeri per motivi di sicurezza: Stati Uniti, Australia e Canada. La versione adottata da quest’ultimo (indicata come la più ‘light’ e maggiormente rispettosa della privacy) potrebbe fungere da schema di riferimento anche per un’analoga misura da applicare in tutta Europa. Ma la questione rimane: perché il confine della libertà di tutti viene limitato se qualcuno cerca di infrangerlo, quando invece bisognerebbe agire preventivamente?